Lasciamo perdere per un attimo i post da geek e parliamo di me, vi va? Sono sparita completamente, e mi sembra giusto raccontarvi, almeno in breve, cosa mi è successo in questi N mesi.

Partiamo dalla laurea, okay? Mi sembra un buon compromesso.

Mi sono laureata il 16 febbraio 2006 con una tesi intitolata ‘Progettazione e realizzazione di un sistema multi-device per la frammentazione del testo‘ che mi ha fruttato un bellissimo 105/110 e una non troppo bella crisi di nervi. Perché oramai lo sapete tutti: quando ci sono delle scadenze di mezzo, l’Erika impazzisce. E non in senso figurato. Proprio impazzisce impazzisce. Quindi sia lodato (ma anche no) chi mi ha sopportato in quel periodo.

Ho festeggiato la laurea in modo tranquillo, senza sbornie (ma ho rimediato in seguito) o feste bolgesche perché, fondamentalmente, ho sempre odiato trovarmi al centro dell’attenzione (stesso motivo per cui non festeggio mai il mio compleanno e per cui evito accuratamente di parlare per più di un minuto davanti a più di due persone), ignorando bellamente chiunque mi apostrofasse con un qualsiasi «Allora, quando fai la festa di laurea?». Sinceramente? Chissenefrega. Avrei dovuto invitare persone che non avevo assolutamente voglia di vedere e che probabilmente avrebbero fatto commenti che mi avrebbero dato più fastidio che altro. Quindi è stato bello così.

(Lo so che sto usando un numero spropositato di avverbi e che lo zio Steve non sarebbe orgoglioso di me, ma senza avverbi non mi piace. Ecco.)

Dopo la laurea ho iniziato un corso per tecnici di rete, perché era lì tutto bellino e gratuito, e perché, fondamentalmente, mi sono accorta che di reti non sapevo un cazzo. Sarà normale essere laureati in informatica e non sapere un cazzo di reti? Ma dico io…

Insomma, alla fine del corso sapevo cos’era il CSMA/CD, sapevo costruire un cavo di rete e sapevo scegliere lo switch più adatto alle esigenze dell’azienda X (di solito quello più costoso va da dio). Son belle cose. Ehm.

Ah, ho anche fatto un tirocinio di cinque settimane nell’azienda Y. Due palle assurde. Indescrivibili.

Comunque, alla fine delle due palle, hanno deciso di assumermi. Perché, evidentemente, ero brava a gestire le due palle. E non ho potuto rifiutare. Non si può rifiutare un lavoro relativamente vicino a casa, nel campo in cui vorresti lavorare in futuro, e con un compenso iniziale (col senno di poi potrei anche dire «iniziale sta minchia!», ma ve lo risparmio – ops, l’ho già detto. Vabbeh.) di 950 euro. Soprattutto perché le offerte che ho avuto post-laurea erano: una a Milano (…), una a Ravenna (…) e una a Cesena in un posto fighissimo e distante dieci minuti da casa mia, dove però cercavano programmatori Visual Basic (io ooooodio il Visual Basic!). Così, eccomi qua, in questo ufficio nella zona industriale Pievesestina con in sottofondo un iPod che spara canzoni dei System of a Down (ma solo perché non c’è il boss – se ci fosse lui ci sarebbe un iPod che spara canzoni delle Spice Girls).

Ho un contratto a progetto che mi scade il 31 dicembre, e secondo lui dovrei essere un addetto helpdesk. In pratica, invece, sono, in ordine sparso:

  • addetto helpdesk
  • segretaria del capo
  • sysadmin
  • Web developer / Web designer
  • grafica
  • addetta al copia/incolla da file PDF a file XLS
  • l’unica cogliona che risponde al telefono il sabato mattina e si fa un’ora di macchina (compreso il viaggio di ritorno) per venire in ufficio a cercare di risolvere un problema che non è assolutamente in grado di risolvere (era saltato un gruppo di continuità…)

Il boss mi ha già proposto un nuovo contratto, alla scadenza di questo, ma non ho intenzione di accettare, per motivazioni che non vi sto a spiegare.

Vi parlerò meglio dell’azienda Y quando ne avrò l’occasione. Ci sono veramente tante cose da dire (e soprattutto c’è una mail del Bencio sull’argomento che non ha mai avuto risposta – chiedo venia ç_ç).

Nel frattempo, all’Erika sono successe tante altre cose.

Per iniziare è arrivata alla conclusione una storia durata sei anni e mezzo con una persona che, per forza di cose, mi rimarrà dentro per tutta la vita. È stata una storia difficile da chiudere (così come era stato difficile, a suo tempo, iniziarla), ma era una storia che doveva essere chiusa, perché era arrivata ad un punto ridicolo. Avevamo, come si dice, toccato il fondo.

Dopo qualche mese ho iniziato ad uscire con un ragazzo conosciuto quest’estate, con cui esco tutt’ora. Vi parlerò anche di lui, prima o poi, perché anche lui merita di essere raccontato.

Ho passato l’estate più bella da un po’ di anni a questa parte. Le mie estati scorse sono state pietose, per vari motivi. Questa è passata alla grande, ed è finita troppo in fretta.

E forse ora dovrei raccontarvi tante altre cose, ma il tempo stringe, e questo post è nei draft da una settimana oramai. È giunta l’ora di pubblicare.

HAND.