Scritto da Erika.
Scritto da Erika.
Per quanto tempo?
Per quanto tempo può un cuore amare senza essere ricambiato?
Quanto tempo deve passare prima che l’egoismo innato degli esseri umani prenda il sopravvento sull’amore?
Me lo chiedo da un po’.
è una bella domanda, posso provare a rispondere?credo dipenda dai tempi in cui ci s’incontra, è difficilissimo, incontrari nel momento giusto, quando accade è avvenuto il miracolo,ma spesso uno dei due è troppo immaturo per portarlo avanti e lo lascia sfumare. Bisognerebbe avere più coraggio essere meno immaturi, essere trasparenti, nudi solo per l’amore che ci spinge, ma di solito c’è solo uno dei due che riesce a farlo, l’altro non lo segue.
Non so quali siano i poteri di quel casco, ma sembra bellino! :-)
Uffi… ma perchè nei cinema della mia zona non portano “L’arte del sogno”? :-(
MiX: È una macchina del tempo per due persone: le persone si mettono il casco, girano una manopola, e riescono a mandare avanti o indietro il tempo di qualche secondo.
Cerca di rimediarlo in qualche modo il film, è uno spettacolo ;)
“Per quanto tempo può un cuore amare senza essere ricambiato?”
Nel mio caso, che comunque non fa testo, su per giù 6 anni :( (lo so è caso patologico)
“Quanto tempo deve passare prima che l’egoismo innato degli esseri umani prenda il sopravvento sull’amore?”
Succederà, almeno credo, solo dopo aver toccato il fondo, solo dopo aver provato un po’ di disgusto per se stessi, o solo dopo essersi riaperti alla vita.
Perdona l’intrusione.
Intrusione ben accetta :)
Ciao Erika, ti racconto una storiella ambientata dalle mie parti.
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Devo ricordarmi di andare a trovare il mio amico Melo.
Il mio amico Melo mi insegna tante cose belle; ma lui non lo sa, ha di meglio da pensare. Vive sempre in campagna; con le sue pecore, sette capre e tre cani. In paese viene raramente; e quando lo fa a stento lo si riconosce; l’abito della festa non gli si addice per niente; noi siamo abituati a vederlo con i vestiti della campagna; con quel suo singolare pastrano nero da bandito di montagna, gli scarponi allacciati con i fili della luce; in mano un grande bastone a dirigere le sue pecore. Con Melo ci conosciamo da una vita; scuola non ne mangia, diceva sua madre, e fare il pecoraio era solo la minaccia di suo padre, in un primo momento; poi divenne effettivamente la realtà della sua vita. Già da ragazzino fu preso in prova dal vecchio “picuraro” del paese. Me lo ricordo allora su per colline da pascolo e dentro i valloni scavati dall’acqua; con quel suo volto che rapidamente lasciava le sembianze dell’adolescente e diventava ogni giorno sempre più adulto. La sua pelle che si ispessiva e si colorava a vista d’occhio; dal bianco latte cominciò a diventare rossa, amaranto sotto il mento, fino al collo; nera come la pece sulla fronte e sulle guance. I suoi occhi celesti cominciarono a brillare fino a diventare due tizzoni ardenti. Le parole, quelle sì, diminuirono sensibilmente sulla bocca di Melo. La sua chiacchiera bambina, petulante, tutta giocata sui toni medio alti, si contrasse come una costatina d’agnello messa a cuocere su una tegola bollente. Melo era diventato pecoraio titolare ora. Parlava sempre meno ogni volta che lo si incontrava. Aveva appreso tutto il repertorio dei versi che solo gli ovini e i caprini comprendono benissimo; quelle grida composte solo da consonanti e qualche rara vocale. Le parole magiche che riescono a far camminare il gregge, fermarlo, spostarlo sul lato destro o sinistro della trazzera, farlo allatare se passa una macchina; a richiamare le capre birichine che si arrampicano su tutti i muri a secco. Ma un discorso, una lunga chiacchierata con lui diventava sempre più difficile. Non che si fosse incupito. No! Al contrario; emanava raggi di luce dal suo viso, come un sanpaolo, era come se avesse trovato una verità; la sua verità sul mondo, gli uomini, la vita, la morte.
Adesso vado a trovarlo sempre più spesso. Mi attira la sua figura, la sua autoritas, il suo silenzio. D’estate lo trovo nel giardino d’aranci accanto alla sua “mannira”. Ci sediamo su una timpa, all’ombra di un noce o un carrubo e devo essere sempre io ad aprire il discorso; il tempo, il caldo, la vita di oggi, le femmine… . Lui, che io sappia, di femmine non ne ha mai avute. Si è consacrato alla ricotta e al primosale. Mentre parlo delle mie sciocchezze, ad un tratto si alza, quasi avesse visto un fantasma. Si dirige lentamente verso un albero d’arancio: “Ma chi hai beddu??, nun ti senti bonu??, nun ti piaci l’acqua, ‘sta terra??, ti senti sulu??, ‘un lu sai ca ci sugnu ju vicinu a tia!?”. La prima volta che lo vidi parlare con un albero, molti anni fa, pensai che fosse arrivato al capolinea; che quella vita in qualche modo gli avesse fumato il cervello. Mi accorsi in seguito che le stesse premure, lo stesso calore riservava anche a una capra sciancata, a un cane mezzo orbo. Vede le foglie un po’ ingiallite, accartocciate e subito le accarezza.
L’amore è una brutta bestia per gli uomini. Spesso ci toglie il sonno e l’appetito, ci fa soffrire, ci consuma.
Ingordi come siamo dell’amore altrui nei nostri confronti, ci lamentiamo delle nostre tristi solitudini. Come faremo mai a sapere che l’amore che riceviamo è soprattutto l’amore che diamo?! Sempre, ovunque, a una donna, un uomo, un albero, un cane… Come faremo mai ad imparare il grande segreto della vita? Queste cose Melo le sa benissimo, anche se di scuola non ne ha mai mangiato.
“Quanto tempo deve passare prima che l’egoismo innato degli esseri umani prenda il sopravvento sull’amore?”
L’amore è il sopravvento dell’egoismo sulla ragione.
E benché non condivida la vita di Melo, non posso che constatarne l’armonia, per lo meno all’interno dello scorcio congelato all’interno del racconto.
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Anche tu ogni tanto avresti voglia di girare una manopola e far scorrere il tempo a tuo piacimento?